La chimera alata e il suo doppio. Un’opportunità didattica per pensare la tecnica
DOI:
https://doi.org/10.14633/AHR341Parole chiave:
Tecnica, Fini-mezzi, Conoscenza, Formazione, RestauroAbstract
L’aggiornamento tecnologico della didattica per il restauro, così come di ogni altra disciplina, solleva questioni di ampia portata culturale. Se, come ci ricorda Heidegger, l’essenza della Tecnica non è affatto qualcosa di tecnico, è opportuno essere vigili circa la pretesa neutralità degli strumenti tecnologici e la reclamata padronanza del loro uso, oggi di fatto irrinunciabile. Occorre piuttosto riflettere su quel rovesciamento della Tecnica da “mezzo” a “fine”, ampiamente segnalato dalla Filosofia, che profila oggi uno scenario ove l’incremento indefinito dei mezzi dispiega le finalità che suo tramite possono essere raggiunte. Ancora più necessario ai nostri fini è pensare alle insidie sottese al “capovolgimento della soggettività” che questo stesso scenario comporta laddove è la tecnica a decidere il modo di fare esperienza. Spesso lamentata negli studenti, la predisposizione all’attesa di risposte assicurate dall’ottimizzazione delle procedure tecniche riverbera nell’esperienza didattica il senso di tale “capovolgimento”. Spetta alla didattica riconoscerne la portata e individuare strategie utili per assegnare centralità al “chi” e promuovere il giusto ordine tra i “perché, cosa e come” fare le cose.
Nella recente esperienza di Laboratorio la presenza di una coppia di chimere alate ha consentito un piccolo ma significativo mutamento dello sguardo che ha capovolto le risposte attese in domande a cui la tecnica è stata chiamata a rispondere.
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