Architettura e narrazione nel progetto del Memoriale della Shoah: uno ‘scavo archeologico’ nella Stazione Centrale di Milano
DOI:
https://doi.org/10.14633/AHR029Abstract
Il ‘ventre’ della Stazione Centrale di Milano, invisibile spazio di manovra utilizzato per la deportazione di ebrei e oppositori politici verso i campi di annientamento, è portatore di una propria storia costituita da materiali fisici - la disciplina delle campate accostate come principio di organizzazione spaziale che permea l’intera morfologia del sito - e (materiali) culturali - le testimonianze dei sopravvissuti.
Il progetto del Memoriale della Shoah rielabora lo stato di ‘reperto’ delle preesistenti strutture in cemento armato, risultato della contaminazione fra tempo, materia e memoria, quale sua condizione imprescindibile e principio di legittimazione di tutte le nuove opere. Ne deriva la possibilità di oggettivare la dimensione del ricordo, per costruire una sequenza di spazi e dispositivi di documentazione e testimonianza, capaci di stabilire, attraverso l’esperienza dei visitatori, una nuova narrazione.
La stazione diviene quindi oggetto di una modificazione critica attraverso un progetto di scavo ideale e fisico che ne rivela la consistenza immane e ‘totale’ di reperto archeologico della nostra contemporaneità. Il progetto rilegge la concomitanza di pianta e sistema costruttivo propria del sito, attraverso un ‘principio di distanziamento’: distacco oggettivo e temporale tra nuovi interventi e reperto. Rielaborando i materiali della stazione attraverso il loro montaggio, il progetto testimonia senza aggiungere commenti e dichiara così l’impossibilità di aderire a questo luogo. Attraverso l’interpretazione critica del documento-monumento, l’architettura riafferma la dimensione etica della memoria.
Parole chiave: Memoria, Narrazione, Archeologia, Distanziamento, Montaggio
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